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De Aquaducten van Rome |
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De constructie van de aquaducten was één van de meest grootse en meest veeleisende ondernemingen van de Romeinse beschaving, "de meest verheven manifestatie van de grootsheid van Rome", zoals Frontinus in zijn hoedanigheid van curator aquarum (toezichthouder op de aquaducten) in 97 nC schreef in zijn verhandeling De aquae ductu urbis Romae. |
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![]() Het Aquaduct Claudia in de campagna buiten Rome |
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INTERMEZZO 3b. DE AQUADUCTEN VAN ROME 1. Voorbeschouwingen In zijn Naturalis Historia schrijft Plinius de Oude (met overigens rechtgeaarde Romeinse trots) het volgende over de aquaducten: "Als men de overvloed aan water naar waarde wil schatten, die dagelijks toevloeit in fonteinen, thermen, huizen, zwembaden, tuinen en villa's bij de stad, terwijl men daarbij rekening houdt met de afstand waarover het water wordt aangevoerd en met de aquaducten die men met dat doel heeft gebouwd (waarbij men bogen bouwde in valleien en tunnels groef doorheen bergen) zal men moeten toegeven dat er niets bestaat op aarde dat meer bewondering wekt." Ook de Griekse auteurs uit de Keizertijd erkenden dat de Romeinen schitterende zaken hadden gerealiseerd en dat die schitterende zaken getuigden van een verbazingwekkend praktisch nut wat bij de Grieken zelf, net zoals bij de meeste oosterse beschavingen, niet het geval was geweest! Zo bv. Strabo in zijn Geografia: "De Romeinen hebben vooral grote zorg besteed aan drie zaken die de Grieken veronachtzaamd hebben: de aanleg van wegen, de bouw van aquaducten en de constructie van een degelijk rioleringssysteem... De aquaducten brengen inderdaad een overvloed aan water naar de steden, die het dan via watertorens en buizen verder verdelen." Aquaducten zijn een typisch Romeinse vorm van waterleidingen, die voor een klein deel bovengronds en voor het grootste deel ondergronds lopen. Ze hadden tot doel water uit hoger gelegen streken met een gelijkmatig verval naar de stad te laten stromen, ook over oneffen terrein. Deze ingenieuze maar omslachtige methode moest noodgedwongen aangewend worden omdat men in de oudheid geen drukpompen of zuigpompen kende. De bovengrondse delen van de aquaducten bestonden vooral uit bogen omdat muren te veel druk van de wind zouden opvangen, het landschap zouden schaden en te veel materiaal en geld zouden kosten. Het water liep boven op het aquaduct doorheen een gesloten geul, met bovenaan verluchtingsgaten. Onze kennis in verband met de aquaducten van Rome is uiterst nauwkeurig en gedetailleerd, en dat is niet alleen te danken aan de opmerkelijke staat waarin sommige aquaducten bewaard bleven maar ook - en vooral - aan het feit dat het boek "De aquaeductibus urbis Romae" tot ons is gekomen. Het werd geschreven door Frontinus, die in 97 na Christus (onder het bewind van keizer Trajanus) het ambt van curator aquarum (directeur van de waterbevoorrading) bekleedde. In zijn werk vat Frontinus de waterbevoorrading van Rome, vanaf de stichting van de stad tot aan de inhuldiging van het eerste aquaduct in 312 als volgt samen (De aquaeductibus urbis Romae, passim ): "In de 441 jaar die volgden op de stichting van onze stad, haalden de Romeinen hun water ofwel uit de Tiber, ofwel uit putten of uit bronnen. Menige bron is het voorwerp van een cultus (bijvoorbeeld de bron van Juturna op het Forum Romanum) omdat men geloofde dat het water van die bron bepaalde kwalen kon genezen. Thans bevoorraden volgende aquaducten Rome: Aqua Appia, Aqua Anio Vetus, Aqua Marcia, Aqua Tepula, Aqua Iulia, Aqua Virgo, Aqua Alsietina (Aqua Augusta), Aqua Claudia en Aqua Anio Novus." Later kwamen daar nog twee aquaducten bij: de Aqua Traiana en de Aqua Alexandrina. |
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| . Per secoli il Tevere , le sorgenti e i pozzi furono in grado di soddisfare il fabbisogno della città finché lo sviluppo urbanistico e la crescita demografica resero necessario ricorrere ad altre fonti: fu allora che, grazie all'abilità dei suoi costruttori, si realizzarono gli acquedotti. Da quel momento in poi, ovvero dal 312 a.C., affluì a Roma una quantità enorme di acqua potabile, come nessuna altra città del mondo antico, ma forse di ogni epoca, ebbe mai e che valse alla città il titolo di regina aquarum , ossia "regina delle acque". Così scrisse Plinio il Vecchio: " Chi vorrà considerare con attenzione la quantità delle acque di uso pubblico per le terme, le piscine, le fontane, le case, i giardini suburbani, le ville; la distanza da cui l'acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso ". Come dargli torto? La realizzazione degli acquedotti aveva inizio con l'importantissimo lavoro di ricerca delle sorgenti e delle vene acquifere da utilizzare, le quali, oltre alla qualità, all'abbondanza e alla regolarità del flusso dell'acqua, dovevano rispondere anche all'essenziale requisito dell'altezza, indispensabile a fornire la giusta pendenza alla conduttura che doveva trasportare l'acqua fino a Roma. L'inizio dell'acquedotto, detto caput aquae , era costituito, nel caso di sorgenti di superficie o di presa diretta da un fiume, da un bacino di raccolta, creato con dighe o sbarramenti artificiali, o, nel caso di sorgenti sotterranee, da un sistema articolato di pozzi e cunicoli che convogliavano la vena acquifera in un unico canale. All'inizio come alla fine dell'acquedotto vi erano le cosiddette camere di decantazione o piscinae limariae , nelle quali l'acqua subiva un processo di purificazione grazie al deposito delle impurità più grossolane. Quindi aveva inizio il canale di conduzione vero e proprio detto specus , costruito in pietra o in muratura e foderate di cocciopesto, un impasto impermeabile di calce e laterizi (tegole o anfore); lo speco, inoltre, doveva avere il requisito essenziale di mantenere una pendenza costante, che assicurasse all'acqua uno scorrimento continuo. Per ovviare ai dislivelli causati da zone depressive o da vallate, l'unica alternativa era il sistema del sifone, o "sifone rovescio": l'acqua aumentava la propria pressione all'interno di una "torre" posta all'estremità della valle da attraversare, dopodichè scendeva in condotta forzata per risalire all'estremità opposta della valle con una pressione tale da consentire la prosecuzione del flusso. Ma l'aumento di pressione era anche il problema principale perché le tubazioni che venivano utilizzate, di piombo o di terracotta, erano poco adatte ad una pressione elevata: ecco spiegato il motivo per cui i costruttori furono costretti a scegliere tragitti lunghi e tortuosi ma che, seguendo strettamente la morfologia del terreno, avevano il merito di fornire al condotto una graduale ma costante pendenza. Il percorso dello speco era preferibilmente sotterraneo e solo eccezionalmente a cielo aperto e ciò avveniva quando attraversava dorsali collinari, corsi d'acqua o vallate, nel qual caso si appoggiava a muri di contenimento o di sostruzione o su arcuazioni, salvo rientrare, appena possibile, nel cunicolo sotterraneo. In entrambi i casi, il condotto era accompagnato, in superficie, da cippi lapidei numerati, posti alla distanza di circa 70 metri uno dall'altro, che facilitavano la localizzazione in caso di necessità e garantivano una "fascia di rispetto" al canale: 1,45 metri se sotterraneo e 4,5 metri circa se in superficie. L'accesso ai condotti per la manutenzione, frequente soprattutto per la sedimentazione del calcare che tendeva ad ostruire lo speco, era garantita da tombini muniti di scalini per la discesa nel caso di canale sotterraneo o di opportuni portelli nel caso di canale sopraelevato, che consentivano inoltre di interrompere o diminuire il flusso dell'acqua che veniva scaricata all'esterno. L'acquedotto finiva con un "castello" terminale o principale, ossia una costruzione massiccia, a torre, contenente camere di decantazione e una vasca dalla quale, per mezzo di prese o bocche, l'acqua veniva ripartita e immessa nelle condutture urbane; inoltre il castello aveva il compito di garantire un flusso continuo nel caso di eventuali cali di pressione o di variazioni della velocità dell'acqua. Castelli secondari, all'interno della città, venivano utilizzati per la ripartizione dell'acqua. Talvolta il "castello" terminale terminava con una "mostra d'acqua", una fontana monumentale creata per solennizzare lo sbocco in città dell'acquedotto. Purtroppo non sono molte le "mostre" antiche pervenute fino a noi, perché quelle che oggi possiamo ammirare sono le fontane-mostra che accompagnarono i restauri e i ripristini avvenuti nel periodo tardo-rinascimentale e nei secoli XVII e XVIII. La grande importanza che i Romani diedero agli acquedotti lo dimostra il fatto che alla cura aquarum , ossia all'amministrazione delle acque, vi fu preposto un censore durante la Repubblica e il curator aquarum durante l'Impero, un funzionario direttamente nominato dall'imperatore . Entrambi avevano il compito di gestire un "ufficio" che provvedesse a mantenere in efficienza, nonché puliti, gli impianti ed a sorvegliare la regolarità delle erogazioni e la corretta ripartizione delle acque. Questo "ufficio" aveva una propria sede, molto probabilmente nel Porticus Minucia Frumentaria . |
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Om aan de reusachtige waterbehoefte van zijn grote bevolking te voldoen werd de stad Rome voorzien van maar liefst 11 aquaducten. Hun gecombineerde capaciteit kon minstens 1.127.220 m³ water per dag aan de stad leveren. De eerste gedetailleerde statistieken van de aquaducten in de stad werden opgesteld rond 97 door Sextus Iulius Frontinus , de curator aquarum (inspecteur van de aquaducten) van Rome tijdens de regeringsperiode van Nerva . Minder informatie is beschikbaar over aquaducten die na Frontinus werden gebouwd. Het gaat om 2 aquaducten: de Aqua Traiana (gebouwd ten tijde van keizer Trajanus ) en de Arcus Alexandriana (gebouwd ten tijde van keizer Severus Alexander ). |
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| http://www.romanaqueducts.info/wvdwtekst/wvdwtekstvoorweb.htm |
Aquaducten |
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